Il Revd. Austin K. Rios
19 novembre 2023: Proprio 28

È estremamente difficile per me NON predicare sul brano dei Giudici di oggi.

Tanto per cominciare, è l’unica volta nel nostro Lezionario comune riveduto che il brano di Giudici compare di domenica.

Ciò significa che, a meno che non seguiate le letture dell’Ufficio quotidiano, la nostra risorsa comune per le preghiere quotidiane, o non prendiate la Bibbia e leggiate da soli l’intero Libro dei Giudici (cosa che vi incoraggio seriamente a fare), questo brano è tutto ciò che sentirete di quelle figure che giudicarono e guidarono Israele tra Giosuè e Salomone.

Oggi vediamo Debora, una leader femminile relativamente rara, la cui storia e la cui tradizione potrebbero essere considerate, insieme a quelle di Mosè e Miriam, come una delle più antiche storie orali registrate nell’intera Bibbia.

Vorrei tanto confrontare la sua storia con le storie di supereroi che sono così diffuse nel nostro mondo contemporaneo, ed esplorare come le cronache di donne forti come Jael, Giuditta e Maria Maddalena meritino maggiore attenzione e concentrazione.

Vorrei tanto predicare sul potere e l’influenza della necessaria leadership femminile nel governo e nella Chiesa e attirare l’attenzione sul nuovo film sulle 11 di Filadelfia, quelle donne che sono state consacrate sacerdote 50 anni fa e che hanno dato all’intera Chiesa episcopale il dono della saggezza, dell’esperienza e dell’equilibrio che le mancavano da generazioni.

Ma non posso permettere che la parabola dei talenti ci passi davanti in questa stagione di amministrazione.

Permettetemi di iniziare dicendo che ci sono molte cose di questa parabola che mi infastidiscono.

Mi fa rabbrividire il modo in cui il Vangelo di Matteo è così a suo agio con l’istituzione della schiavitù, e mi viene spontaneo ricredermi quando sento paragonare il regno dei cieli a una scena che coinvolge un padrone, i suoi schiavi e le sue proprietà.

Trovo che l’attenzione di Matteo per la punizione e l’esclusione – il pianto e lo stridore di denti nelle tenebre esterne – sia in contrasto con l’immagine più completa di Gesù che emerge dalla conversazione con gli altri Vangeli, con gli scritti di Paolo e con il resto del Nuovo Testamento.

Tendo a essere più un “tipo da Grazia”, guidato dalla visione del Dio che ha chiamato il peccatore Saulo al servizio del regno piuttosto che cercare semplicemente vendetta per le sue persecuzioni della Chiesa primitiva.

Inoltre, sono fin troppo consapevole di come predicatori superficiali e sospetti nel recente passato abbiano tentato di usare questa parabola per spacciare quel “Vangelo della prosperità” così perverso e pericoloso – l’idea che la chiamata di Gesù si allinei perfettamente con l’etica del capitalismo: che è giusto che i ricchi diventino sempre più ricchi e i poveri sempre più poveri.

Abbiamo tutti visto pastori manipolatori convincere i loro greggi a dare quel poco denaro che avevano per finanziare stili di vita eccessivi e a usare la parabola dei talenti per giustificare le loro affermazioni secondo cui con più fede si ottiene più ricchezza.

So che è pericoloso immergersi in queste acque.

Ma anche con tutto questo bagaglio che non può essere completamente disfatto nel tempo che passeremo insieme, vale la pena di fare il viaggio nel cuore di questa parabola dei talenti.

Siete disposti ad andarci con me?

Se sì, dite Amen.

Ok, cominciamo con la definizione di un talento.

Un talento è una somma di denaro straordinariamente grande. [1]

Un talento corrisponde a circa 20 anni di salario per un lavoratore a giornata, quindi cinque talenti corrispondono a circa 100 anni di lavoro.

Stiamo parlando di somme di denaro istituzionali.

Il che dovrebbe farci chiedere: se questo padrone ha nove talenti da affidare ai suoi servi, quanti talenti vale in totale?

Piuttosto che cercare di calcolare il patrimonio netto del padrone, direi che è giusto concludere che il padrone ha una quantità infinita di talenti a sua disposizione.

Il che fa sì che l’intero esercizio di creare più talenti non riguardi tanto l’aumento del valore netto del padrone, quanto piuttosto il carattere e le azioni dei servi.

L’elogio che il padrone fa del servo che ha ricevuto cinque talenti e ne ha fatti cinque, e del servo che ha ricevuto tre talenti e ne ha fatti tre, non riguarda tanto la quantità di talenti prodotti, quanto il modo in cui hanno usato ciò che gli era stato dato.

Il terzo servo riceve dure critiche e punizioni dal padrone perché seppellisce con paura il talento che gli è stato dato invece di usarlo o investirlo.

Il padrone sembra particolarmente indignato dalla giustificazione del terzo servo per le sue azioni: “Sapevo che eri coinvolto in un comportamento rischioso e quindi l’ho trattenuto con paura per non perderlo”.

Ed è proprio la paura della perdita e la conseguente azione di trattenere il talento che attira la punizione del padrone.

“Toglietegli dunque il talento e datelo a colui che ha dieci talenti. Perché a tutti quelli che hanno sarà dato di più e avranno l’abbondanza; ma a quelli che non hanno nulla sarà tolto anche quello che hanno”.

Come ho detto prima, se cerchiamo di equiparare il padrone direttamente a Gesù o di giustificare l’etica capitalista nelle nostre chiese a partire da questa parabola, penso che stiamo camminando in acque pericolose.

Ma con lo sfondo delle letture delle ultime settimane, tra cui l’istruzione di “rendere a Cesare ciò che è di Cesare e a Dio ciò che è di Dio” e la parabola delle damigelle sagge che aspettano con olio extra e quelle stolte senza, il messaggio più ampio di Matteo è rafforzato da questa parabola dei talenti.

O tutto o niente.

Ognuno di noi ha ricevuto dei doni in questa vita – alcuni dovuti al luogo in cui siamo nati, alla famiglia di origine, al colore della pelle, alla lingua che parliamo, al Paese in cui siamo nati – e altri doni che nascono dalle scelte che facciamo, dalle pratiche che portiamo avanti e dal “lupo che alimentiamo”[2] che alberga nella nostra anima.

Fare giustizia e amare la misericordia significa lavorare per un mondo in cui i doni accidentali diventino meno importanti di quelli donati da Dio e di quelli che coltiviamo anticipando il regno di Dio sulla terra come in cielo.

Ma qualunque sia il tipo di doni di cui disponiamo, il Dio che adoriamo ci chiede di rischiarli tutti per il bene di un mondo riconciliato e risorto.

Potrei alzarmi in piedi e dirvi che questo è un segno che vi invita a fare una stima delle donazioni sacrificali a San Paolo e al CCR in questa stagione di stewardship, o a seguire il codice QR nel bollettino di oggi per fare una grande donazione ricorrente alla nostra chiesa.

Mi piacerebbe che ciò accadesse, quindi fatelo se vi sentite chiamati in causa!

Tuttavia, l’appello più grande che spero ascoltiate oggi è che Dio non sta cercando una percentuale dei vostri doni, della vostra ricchezza o del vostro tempo.

Dio vuole tutto.

Questo è il motivo per cui nella Chiesa passiamo tanto tempo a esercitarci a lasciar andare.

Lasciare andare i nostri preconcetti su chi è degno dell’amore di Dio e chi no.

Lasciare andare la convinzione che la nostra salvezza sia nella sicurezza dei nostri soldi e delle nostre ricchezze accumulate, invece che nelle nostre relazioni guarite con gli altri.

Lasciare andare le nostre paure di rischiare il nostro status sociale, il nostro posto di potere o persino il controllo sul nostro destino e rischiare invece tutto per l’amore di Dio in Gesù Cristo.

St. Paul è una comunità ecclesiale che vuole aiutare voi e gli altri a correre insieme questo tipo di rischi trasformativi.

Non solo perché siate benedetti e perché i talenti che vi sono stati dati crescano e si moltiplichino, ma perché coloro che conoscono fin troppo bene il dolore e l’isolamento delle tenebre esterne, del pianto e dello stridore di denti trovino la via della restaurazione e della vita.

Il Dio che vuole tutto – che vuole tutti noi – vi chiama per nome oggi a mettere da parte le vostre paure – una volta per tutte – e a investire i vostri doni per benedire le vostre famiglie, benedire le vostre comunità, benedire gli stranieri, benedire i vostri nemici e infine benedire il mondo con la pace che pratichiamo in questo luogo.

O tutto o niente, per il Tutto nel Tutto.


[1] https://www.workingpreacher.org/commentaries/revised-common-lectionary/ordinary-33/commentary-on-matthew-2514-30-7

[2] https://en.wikipedia.org/wiki/Two_Wolves